Parliamo di scrittura, di drammaturgia nello specifico. Si può dire che io l’abbia scoperta intorno ai vent’anni quando frequentavo i laboratori di Teatro Spazio 47 ad Aprilia: lì ho imparato che cosa davvero è il teatro, in ogni suo aspetto. Ho appreso che la recitazione è un microscopico pezzo del puzzle composto da idea scenica, drammaturgia, sartoria teatrale, scenografia, coreografia, regia. E naturalmente tutta la macchina si attiva dalla scrittura teatrale: un lavoro invisibile che parte molti mesi prima della messa in scena e ne è la premessa fondante.
A venticinque anni, ho deciso di mettere su la mia prima compagnia di 4 attori. L’avventura di scrivere è iniziata ufficialmente da là.
Se mi chiedessi perché scrivo, un tempo non avrei saputo rispondere, ci avrei girato intorno senza centrare il punto. Oggi lo so, e lo so molto bene. Scrivo come scriveva Svevo, per necessità.
La mia scrittura nasce come bisogno espressivo e comunicativo, non come ambizione. È terapeutica più della psicoanalisi e non si prefigge tanto uno scopo di rappresentazione, non intende piacere: mi serve per conoscermi e per conoscere il mondo.
Tra le mie drammaturgie ce ne sono due che amo particolarmente, una per un motivo, l’altra per il motivo opposto.
La prima è “Parto… nel tempo!” perché è nata sfortunata. La commedia mette di fatto in scena un parto: l’ho scritta durante gli ultimi mesi della mia ultima gravidanza, prendendo spunto a mani basse dalla realtà che vivevo in quel periodo. È molto divertente.
È nata sfortunata perché a causa del mio parto avevo preventivato di fermarmi un po’ ma progettavo comunque di metterla in scena presto… invece mille imprevisti e una pandemia mondiale hanno ritardato la prima di ben 5 anni! Sono riuscita a portarla finalmente in scena nel giugno 2023. È un testo che amo molto: esplora i classici meccanismi della comicità e allo stesso tempo ha una costruzione scenica elaborata come un orologio svizzero.
L’altro testo che amo particolarmente è un monologo molto intenso, ancora inedito. Si intitola “7 vite come i gatti”, gli sono affezionata perché lì dentro c’è molto della mia esperienza di donna fusa insieme con quella di tutte le donne che ho conosciuto e amato.
A fare un piccolo spoiler dell’intreccio, si potrebbe dire che “7 vite” parla di come si sta al mondo, almeno di come ci stanno le donne. Non è un testo femminista, non ha intenti rivoluzionari, è piuttosto un’esplorazione dell’anima in profondità. Un viaggio dentro l’esperienza del dolore e della rinascita

