Come ho scoperto la Commedia dell’Arte e l’ho amata

Oggi racconto del grande amore che si è acceso tra la me poco più che ventenne e quella cosa meravigliosa che è la Commedia dell’Arte.

L’ho incrociata per la prima volta nel laboratorio di Teatro Spazio47 ad Aprilia, quando si chiamava ancora Teatro Gulliver ed era praticamente la mia seconda casa. L’ho conosciuta, questa cosa bellissima, attraverso le lezioni di Giacomo Galantucci, che era stato allievo del maestro Antonio Fava, direttore dello Stage Internazionale di Commedia dell’Arte a Reggio Emilia. Giacomo ci insegnava i virtuosismi degli zanni, le abilità degli innamorati, la spavalderia dei capitani, e io non sapevo dove guardare. Ho scoperto che gli attori si specializzano in uno, al massimo due, di questi personaggi e io non potevo decidere su quale buttarmi. Mi piacevano tutti.

Ho continuato a studiarla nei miei anni alla Scuola Internazionale di Teatro di Roma, nutrendo una profonda affinità con il ruolo degli zanni, ossia i servitori, che sono l’anima e l’intreccio di questo teatro di equivoci, beffe, gag, virtuosismi e scambi di persona. Della Commedia all’Improvviso mi piaceva ogni cosa perché dava gioco alla capacità di rispondere a tono, alla padronanza del corpo in scena, alla verve comica. Leggevo libri, studiavo l’arte dei mascherai che ancora oggi realizzano quegli artefatti semi magici che una volta sul viso ti cambiano connotati, intenzioni, prontezza, mestiere. Mi innamoravo.

Ho amato così tanto questo stile teatrale che ogni volta che mi è capitato a tiro mi ci sono buttata. In uno stage di Commedia tenuto dal maestro Carlo Boso, altri attori con la mia stessa fissa mi aprirono mondi sui festival e gli eventi dedicati. Niente mi ha catturato così negli anni. Più studiavo il teatro, più lo facevo, e più mi sentivo fatta per il comico, per l’arte così sublime di far ridere. La Commedia utilizza tutti i registri del parlato, tutte le lingue del mondo compresi i grammelot, i travestimenti, una qualità di movimento convenzionale che accompagna e completa i personaggi, le maschere, e soprattutto l’improvvisazione, e li mette al servizio della comicità. Il meccanismo comico è un’architettura che non ha mai smesso di entusiasmarmi, ed è quella che generalmente esploro nelle mie drammaturgie. A volte, come in “Non è tutto oro”, ho virato su scene intense, profonde, che toccano temi sociali come la vita nelle carceri. Tuttavia la struttura portante del testo resta prevalentemente fondata sulla situazione comica, sul timing e sull’equivoco, che sono per me i lasciti maggiori dello studio sulla Commedia dell’Arte. Far ridere è quello che amo di più, e che mi riesce meglio.

Anzi, far ridere e le parti da uomo.

Questo però è un altro discorso… magari lo racconterò nel prossimo articolo!

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