Faccio outing: ho sempre preferito i ruoli maschili

Nell’articolo precedente di questo blog ho raccontato il mio amore spudorato per quello stile teatrale noto come Commedia dell’Arte: completamente votato al comico e orientato a costruire una struttura di equivoci, gag e scambi comici.

Le cose sono interconnesse ovviamente, perché per secoli l’arte della risata è stata appannaggio maschile, mentre le donne restavano convenzionalmente confinate nel ruolo di chi deve piacere, essere gradevole, saper cantare, e altre cose belle che a me suonavano più o meno come un noioso bla bla bla.

Io volevo fare lo Zanni. Maschio. L’Arlecchino. Il Pulcinella.

Qualunque primo Zanni mi venisse a tiro, quello studiavo e quello ambivo a recitare.

L’Innamorata non era roba per me. Nemmeno la servetta: troppo vezzosa, troppo bellina, caruccetta, aggraziata… troppo tutto quello che non fa ridere.

Eppure dell’Improvvisa mi piaceva tutto: meccanismi comici, largo spazio all’improvvisazione, gli incastri che si creano tra i personaggi, il leggersi la mente virtuoso degli attori che sanno sapientemente attingere al repertorio che funziona. Mi affascinava l’abilità di riuscire ad appoggiare la gag del compagno, lanciarsi nel vuoto di una trovata nuova, sperimentare col pubblico, provarsi nel corpo, nei salti, nei vocalizi, nella risposta a tono. Tutti i personaggi di Commedia devono saper sviluppare queste capacità, ma io ero sempre più attirata dai ruoli maschili.

Non è stato affatto facile lasciare che emergesse. Ad una attrice donna, specialmente se in giovane età, si addicono altri ruoli, un’altra grazia, un’altra mostra delle proprie qualità. Invece a me sembrava tutto così sciocco, così scialbo: i ruoli da “femmina” li disprezzavo, erano specchi di una categoria di donne a cui non mi sentivo di appartenere.

Io volevo fare Amleto mentre mi spingevano Ofelia. Io volevo fare Iago, e mi proponevano quella moscia di Desdemona. Ora non dirò che mi sia mai stata proposta Giulietta perché per quel ruolo davvero non ho mai avuto le fisique, per così dire, però la cosa non mi ha mai turbata perché in ogni caso avrei preferito fare Mercuzio! Ho provato qualche gioia lavorando su Lady Macbeth, ma questo è ovvio: è la donna shakesperiana più mascolina che sia stata scritta.

Nei miei copioni mi sono presa un po’ una rivincita sulla storia della drammaturgia: ho scritto molti ruoli comici per attrici donne, esplorando le loro capacità di stare sul ritmo, di essere buffe o a volte un po’ volgari, di sperimentarsi in una fisicità volutamente più goffa, sgraziata, non per forza bella a vedersi. Ho anche scritto di donne leader come la Direttrice Mogavero di “Non è tutto oro”, donne capo famiglia come Rosina di “Se son corna… fioriranno!” o donne in una posizione di fragilità che si prendono una rivincita sulla società come Costanza di “Asilo per anziani”. Nei miei testi spesso le donne hanno parti intense, importanti, che marcano una differenza, forse perché sono il tipo di ruoli che anch’io avrei voluto recitare.

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