Durante queste vacanze sto facendo qualcosa di davvero speciale per me. Nelle feste il tempo vola via inafferrabile se non ci fai caso, e anche se avevi messo in stand by un progetto da un pezzo riproponendoti di trovargli spazio in questi giorni, a volte quello spazio non si trova. Bisogna farci caso. Bisogna proprio avere la disciplina di visualizzare il focus per quel progetto nel confusionario spazio di tempo che sono le feste.
Quest’estate ho scritto una nuova drammaturgia, si intitola (ma, occhio: potrebbe essere un titolo ancora provvisorio!) “Chi siamo noi per giudicare”. È ancora presto per raccontarne la trama naturalmente, però posso parlare del processo creativo e di come mi fa sentire.
È una commedia satirica di argomento politico, realistica ma non troppo. Durante lo scorso inverno, su consiglio di un’amica, ho ascoltato tutti gli episodi del podcast Tyranny scritto da Antonio Losito e dal team di Will, che fondamentalmente racconta le tirannie nel mondo dal secondo Novecento ad oggi (argomento di per sé drammatico!) però in chiave esilarante. Diciamo che quando ascolti un episodio le reazioni che puoi provare sono: stupore, indignazione, incredulità, divertimento, irritazione, di nuovo incredulità, ancora divertimento, sfiducia verso il genere umano, risate, tutto allo stesso tempo. Il podcast è geniale perché si fonda su uno studio interessantissimo sullo stato della democrazia oggi e in particolare dopo la pandemia del 2019, ma questo ve lo racconto la prossima settimana, credo.
Quello che volevo scrivere oggi è che durante queste vacanze natalizie ho finalmente dedicato un po’ del mio tempo e della mia attenzione a lavorare a questa nuova creatura drammaturgica, che è nata nella mia testa sotto forma di spettacolo mentre ascoltavo le stagioni di questo podcast incredibile.
Tirannie moderne in tutto il mondo dunque, ma non mi bastava. Ho voluto buttarci dentro anche qualcosa che noi occidentali della parte “giusta” del mondo possiamo sentire più vicino alla nostra esperienza. Guarda caso nella città in cui vivo lo scorso giugno si sono tenute le elezioni comunali con relativa campagna elettorale, che regala sempre grandi emozioni (è ironico!).
Così ho pensato: accostare in uno stesso testo le multimilionarie tirannie africane o centro asiatiche e un piccolo comune italiano un po’ scasciato sarà una buona idea?
Non lo so. In ogni caso l’ho fatto.
È nata: “Chi siamo noi per giudicare”, progettata durante la tarda primavera 2024 e finita di scrivere a fine agosto.
Quando scrivo un nuovo testo di solito ci metto un bel po’ di energia creativa, per cui dopo ho bisogno di uno stacco. Mi serve chiudere con quel lavoro, lasciare che abbandoni il mio cervello e riposi nei file del mio pc. Mi concedo qualche mese per lasciarlo sedimentare prima di riaprirlo, prima di ricentrarmi per un ultimo sforzo di correzione, revisione ma soprattutto visione d’insieme. È un processo veloce rispetto alla scrittura, mi prende all’incirca 4 o 5 giorni di lavoro, ma sono giorni in cui leggo e rileggo le pagine all’infinito alla ricerca di piccole incongruenze, errori concettuali, inserisco richiami interni tra le varie parti del testo, elimino ingressi e uscite inconciliabili con i cambi scena, maturo visione d’insieme e capisco se il testo è pronto per essere messo in prova dalla compagnia.
In questi giorni la mia mente torna costantemente al testo, di giorno e a volte anche di notte quando tutte le luci sono spente e io non prendo sonno ancora sotto le coperte mi sorge nel cervello il pensiero di quella scena che scricchiola e va cambiata. Mi appunto mentalmente quale attore sarebbe giusto in quel ruolo, quale battuta condurrebbe meglio al finale, quale intreccio tra i personaggi non ho inserito e invece darebbe gioco nel testo.
Per fare tutto questo aspetto questi giorni confusionari e belli, in cui la mia mente è lontana dal lavoro e si concentra su questo diverso grande lavoro di orchestrazione. È un rituale solipsistico temuto e atteso, che si conclude con la parola “sipario” scritta in grassetto all’ultima pagina e l’invio del file definitivo in copisteria. Ancora non mi domando che reazioni avranno gli attori, se il pubblico apprezzerà, se chi conosce i miei testi lo troverà interessante… in questo momento dell’anno l’unica cosa che mi preoccupa è che questa nuova drammaturgia appena nata sia affine alla me che sono oggi.


Lascia un commento