La settimana scorsa ho raccontato di cosa parla la mia ultima drammaturgia “Chi siamo noi per giudicare”, una commedia satirica di argomento politico. Nel comporla mi sono ispirata a Tyranny, il podcast di Antonio Losito che racconta le tirannie contemporanee di tutto il mondo nel suo stile esilarante. Prendendo spunto dagli episodi del podcast che raccontano le prodezze più assurde dei tiranni centro asiatici o africani, ho raccolto materiale sufficiente per inventarmi un tiranno immaginario che insieme al suo entourage amministra un paese in maniera assolutistica.
Nella finzione scenica, la mia Repubblica democratica del Bongo aspira ad essere riconosciuta dalla comunità internazionale, perciò partecipa ad un bando che premia i paesi più efficienti, più sostenibili e soprattutto più democratici. Inutile dire che per vedere il Bongo fallire miseramente in tutti gli obiettivi del progetto dovrete venire a vedere lo spettacolo, oppure aspettare giugno quando pubblicherò la drammaturgia su questo sito.
Quello che posso raccontarvi ora è perché ho deciso di parlare di questo in uno spettacolo.
In passato ho scritto molte commedie brillanti sganciate dall’attualità, perciò se sei in una compagnia teatrale che cerca un testo comico leggero con ritmo sostenuto puoi scaricare gratuitamente dal mio sito “Se son corna… fioriranno!” oppure “Giacomo, Giacomo!”: faranno al caso tuo.
Se invece oltre alla comicità ti interessano anche i temi di stringente attualità come lo stato della democrazia nel nostro paese continua pure a leggere perché questo è l’articolo che fa per te.
A partire dall’ascolto di Tyranny, ho approfondito la questione scoprendo che il settimanale americano The Economist calcola annualmente un index of democracy dopo aver esaminato il grado di democrazia per 167 paesi nel mondo. L’indice è calcolato sulla base di 5 categorie: il processo e il pluralismo elettorale, le libertà civili, la funzione del governo, la partecipazione e la cultura politica. A seconda del punteggio ottenuto, le nazioni vengono divise in 4 categorie: democrazie complete, imperfette, regimi ibridi e regimi autoritari. Dico subito che in un panorama in cui l’apice democratico è la Norvegia con un punteggio di 9,75 su 10 e l’abisso di autoritarismo è l’Afghanistan con 0,32, l’Italia si colloca soltanto al trentunesimo posto col suo modesto 7,68 da democrazia imperfetta.
Spieghiamo meglio cosa intende The Economist per democrazie imperfette allora: sono nazioni dove le elezioni sono libere e le libertà civili di base sono rispettate ma ci sono problemi di qualche genere come la violazione della libertà di informazione. Questi paesi hanno anche significative falle su altri aspetti democratici come una cultura politica sottosviluppata, bassi livelli di partecipazione alla vita politica, interferenze antidemocratiche nei processi di funzionamento del governo. Non so a voi, ma a me risuona un bel po’.
Se può consolare (io non mi consolo!), la situazione internazionale nel suo complesso non è tanto migliore della nostra: sui 167 paesi monitorati, le democrazie perfette sono solo 24 a cui si sommano le 48 imperfette, mentre 36 paesi sono governati da regimi ibridi e i regimi autoritari sono un totale sconfortante di 59.
Scoprire che il 56,9% dei paesi del mondo è attualmente governato da totalitarismi è stato sconcertante per me, non so che effetto vi fa ma io la leggo come un’emergenza.
Non ho mai dato per scontata la nostra democrazia, e non mi sogno di farlo nel centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti, però questi sono dati globalmente terrificanti. Mi spaventa la condizione della democrazia in Italia, mi spaventa il decreto sicurezza in questi giorni in esame al Senato (nel mio spettacolo “Non è tutto oro” parlo delle condizioni dei detenuti e delle detenute in Italia), mi spaventa l’incapacità della comunità europea di gestire i flussi migratori e mi spaventa l’enormità dell’indifferenza attorno a queste e altre questioni di bruciante attualità. Mi spaventa il tasso di astensionismo degli elettori italiani al 36,2% e il calo di 30 punti percentuali dell’affluenza alle elezioni parlamentari negli ultimi 45 anni, che oggi si concretizza in 17 milioni di persone che non votano sui quasi 47,3 milioni di aventi diritto al voto.
Tutto questo mi sembra estremamente allarmante: è necessario che la gente conosca questi numeri, che sappia cosa succede fuori della propria bolla di apparente serenità, che apprenda che nel mondo i paesi democratici non sono neanche la metà del totale.
Per non rischiare di perderci il sonno ho assecondato la mia musa polemica e spaventata, e mi sono messa a scriverci una commedia. Speriamo che vi piaccia.


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