Provocazioni Politiche: Drammaturgia Civile nel Teatro Contemporaneo

Note a margine di una drammaturgia (in)civile

Fra due settimane debutterà il mio nuovo testo. È una prima, ma non è “una prima come le altre”. Non perché manchino le solite ansie da debutto, ma perché in questo caso – più che altrove – è il pubblico a inquietarmi. O meglio: le aspettative che nutro nei suoi confronti.

Il testo in questione è politico. Non nel senso generico e indolore in cui tutto, oggi, si dichiara “impegnato” per statuto morale, ma in quello più scopertamente drammatico: parla di politica. Ne mette in scena due forme degeneri e speculari – una democrazia alla frutta e una tirannide ultrafunzionale – per osservare da vicino, e senza veli, le dinamiche del potere.

Una giunta che non giunge da nessuna parte

La parte democratica della pièce è ambientata in un ipotetico comune italiano – Pettole – i cui amministratori sono tragicomicamente reali: consiglieri che banchettano in aula, assessori dormienti, sindaci disillusi.
Per costruire questa fauna non ho inventato nulla. Ho semplicemente raccolto materiale da chi quei luoghi li frequenta per mestiere: amministratori, tecnici, portaborse. Mi hanno raccontato episodi così caricaturali da sembrare irreali. Eppure veri, verificati, e perciò ancora più comici. E spaventosi.

La scena diventa così uno specchio deformante, ma fedele, delle nostre amministrazioni locali: dialoghi sconnessi, linguaggio svuotato, ideali piegati a vantaggio personale.

La tirannia come dispositivo narrativo

Sul versante opposto, ho immaginato la Repubblica Democratica del Bongo, un regime autocratico ispirato a un patchwork di autocrazie contemporanee: centroasiatiche, latinoamericane, africane. Il materiale, in questo caso, arriva da fonti secondarie – documentari, saggi, podcast – ma non è meno documentato.

C’è chi ha fondato una religione su sé stesso e spedito il proprio testo sacro nello spazio per “convertire gli alieni”. Chi ha proibito il reggaeton. Chi ha costruito un palazzo di ghiaccio in pieno deserto e l’ha collegato alla capitale con una funivia. E chi ha fatto tutto questo senza perdere il favore popolare.

Ridicolo? Grottesco? Sì. Ma anche spaventosamente plausibile.

Il pubblico come interlocutore (non neutrale)

A questo punto della produzione, la domanda non è più se lo spettacolo “funziona”. Lo fa. Il testo regge, i registri si alternano con coerenza, la tensione si accumula e si scarica nei tempi giusti. Ma… chi siederà in sala?

Una compagnia può portare in scena un testo corrosivo, ma non può scegliere il pubblico. E se tra gli spettatori ci fosse proprio chi viene messo in discussione sulla scena? Se tra le poltrone si sedessero piccoli amministratori, o loro parenti, o sostenitori di visioni che di democratico hanno ben poco?

Il teatro, in questo senso, resta un luogo ambivalente. Può essere specchio, tribunale, confessionale, trincea. Ma non è mai – non dovrebbe mai essere – neutrale.

A chi serve un testo così?

A chi cerca una drammaturgia che non corteggia il pubblico, ma lo provoca. A chi vuole mettere in scena la stortura del presente senza bisogno di ambientarla in un futuro distopico. A chi ha il coraggio di fare satira senza trasformarla in cabaret.

Questa non è una commedia sugli errori della politica. È una commedia che guarda la politica senza filtro, e che proprio per questo fa ridere, tremare e – se tutto va come deve – anche pensare.

Per dare un’occhiata in tempo reale all’avventura dei miei attori e attrici nell’imminente messa in scena, segui le pagine social di Copioni Teatrali: ci sarà da divertirsi. Se invece sei impaziente di leggere il testo… torna a trovarmi sul sito tra un mesetto perché manca davvero poco alla pubblicazione!

Stay tuned.

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