Ciao. L’appuntamento con l’articolo del mese è diventato una cosa che attendo. Verso la fine di ogni mese inizio a pensare al tema da trattare nel nuovo articolo, mi chiedo di cosa potrei parlare e come la drammaturgia possa essere un tema interessante per la gente oggi. Anche stavolta mi sono fatta queste stesse domande però concentrarsi sulle risposte non era facile perché continuavano a ronzarmi per la testa le notizie delle ultime settimane.
Mi distraeva il 70° femminicidio del 2025 con la consueta pornografia del dolore che si è portato dietro; non smettevo di pensare all’approvazione da parte della Camera dell’emendamento che vieta l’educazione sessuo-affettiva anche nelle scuole secondarie di primo grado. Allora faccio una sessione di allenamento, sperando di svuotare la testa e trovare l’argomento adatto a quest’articolo. Mentre corro nel parco vicino casa ecco che arriva un nuovo pensiero intrusivo: l’esplosione dell’ordigno sotto l’auto di Sigfrido Ranucci, una delle pochissime voci del giornalismo d’inchiesta nel nostro Paese, mi getta nello sconforto per lo stato della democrazia in cui viviamo. Mi passano davanti agli occhi le immagini delle proteste negli Stati Uniti e subito dopo il video postato da Trump in cui c’è lui che sgancia bombe-cacca addosso ai manifestanti. E mentre mi appendo alla barra per le trazioni penso che il mondo non è poi così marcio se gli attivisti di 44 paesi si sono imbarcati alla volta di Gaza per interrompere il blocco navale israeliano. E che c’è speranza per l’umanità se in USA è nato Operation Inflation, un movimento che protesta contro il trumpismo usando costumi di rane gonfiabili.
Quando sono sotto la doccia mi scopro a pensare che tutto quello che mi distrae dall’argomento del mio articolo in verità è l’argomento dell’articolo stesso. Rifletto su cosa significa scrivere drammaturgie oggi, che non può essere un’azione slegata dalla realtà. Ragiono sul ruolo del drammaturgǝ in una società completamente scomposta, imprevedibile, una società in cui le battaglie ideologiche si giocano ormai sul piano simbolico, un luogo in cui a fermare le guerre invece che i governi sono le attiviste di 22 anni. Viviamo in un altrove assurdamente realistico in cui ad ascoltare le notizie puoi avere 2 reazioni: estraniarti dalla realtà o gettarti nella mischia del che posso fare io per fermare sta giostra? La nuova drammaturgia può dire la sua per marcare un segno tra le cose con cui si può giocare e quelle che no.
Immagino un mondo in cui la gente va a teatro, i bambini e i ragazzi soprattutto, assiste alla messa in scena dell’assurdità del reale e quando varca la soglia dell’uscita gli è venuta voglia di fare qualcosa. Penso che lo scrivere copioni per il teatro nel 2025 non può essere tanto diverso da quando Manzoni scriveva l’Adelchi per spingere gli italiani a ribellarsi contro la dominazione austriaca. Mi convinco che la scrittura teatrale ha nuovamente un compito preciso: mostrare sul palco le dinamiche sociali, la geopolitica, le condizioni ambientali, le battaglie per i diritti, le vittime invisibili del capitalismo e in generale del sistema soldi-potere che stritola tutti quelli che non posseggono abbastanza. Penso a come deve essersi sentito Verga, mentre componeva i suoi Malavoglia sforzandosi di sembrare freddo come un chirurgo ma straziato dal racconto delle ingiustizie della sua terra. Penso che le nuove drammaturgie dovrebbero tornare a fare quello che facevano i naturalisti francesi nell’Ottocento: mostrare la realtà così com’è per spingere le persone a cambiare ciò che non funziona. Un compito enorme e spaventoso per i romanzieri dell’epoca, che suona altrettanto gigantesco a noi che siamo abituati a voltarci dall’altra parte quando accade qualcosa di troppo fuori dalla portata del cambiamento che ci sembra di poter imprimere alla società.
Il teatro è un linguaggio espressivo per immagini e parole, nella disgregazione culturale in cui siamo immersi può costituire davvero un’alternativa al non fare. Bisogna impegnarsi a mettere in scena la società però, l’ambiente, i diritti, la legalità, la politica in sostanza, perché se sei abbastanza svegliǝ hai capito che ogni cosa è politica. Dobbiamo allenarci anche ad andare a vedere spettacoli più impegnativi, che hanno dignità e valore anche se non fanno prevalentemente ridere.
C’è una decisione che ho maturato lentamente ma inesorabilmente e adesso sono pronta per dirla ad alta voce: voglio aggiustare un po’ la rotta di questo mio progetto. È vero che in passato ho scritto molte commedie brillanti, molti copioni destinati al puro intrattenimento, ed è andata bene così. Mi sono divertita, e spero si siano divertiti tutti quelli che li hanno messi e visti in scena. Oggi però sono una persona diversa da quella che ero 10 anni fa, e mi parlano cose diverse. Trovo ispirazione nel mondo, nelle situazioni che vivo e che vedo, nelle condizioni in cui si trova il pianeta, nella lotta per i diritti delle persone che non conoscono il privilegio. Sono perfettamente consapevole del fatto che le persone (quelle poche!) che vanno a teatro spesso ci vanno per passare due ore di svago. Ma il teatro, oggi, non può essere solo intrattenimento.
Abbiamo un compito come registǝ, come drammaturghǝ, come attorǝ e come spettatorǝ: riprenderci la società. E per farlo, bisogna seminare consapevolezza. Avreste mai detto che 7 milioni di americani si sarebbero mobilitati per protestare contro la tirannia del tizio che hanno eletto? Io ci credo che si possa ricostruire democrazia, pace e senso, in un mondo che va nella direzione esclusiva del profitto. Rimbocchiamoci le maniche, prendiamo iniziativa, scendiamo in piazza, facciamo teatro: riprendiamoci la voce.


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