Portare in scena l’imperfezione

Un gruppo di sorridenti ragazzini e ragazzine tra 11 e 12 anni che tengono in alto il copione della drammaturgia che è stata scritta per loro

Ok adesso lo scrivo così sarò costretta a considerarla una realtà: tra pochi giorni porterò in scena uno spettacolo che palesemente non è pronto.

Devo lottare contro il mio perfezionismo per accettare che succeda una cosa del genere, ed è una lotta bella tosta perché questo inquilino che da sempre abita il condominio della mia testa, il signor Perfezionismo, è duro a morire.

La cosa è andata così. A novembre inizio un laboratorio di teatro e scrittura creativa per ragazzinǝ di 11-12 anni: molta confusione, molto entusiasmo, moltissima energia da canalizzare. Non è stato facile, ma azzardiamo che a metà dicembre riesco a cavalcare l’onda generata da questa classe di ragazzinǝ indisciplinatǝ, entusiastǝ, casinistǝ, emozionatǝ, impacciatǝ e divertentissimǝ. E questo considerando che quando abbiamo iniziato non si riusciva nemmeno a rispettare i turni di parola. Durante le prime settimane facciamo esercizi di contatto, di ascolto, di coordinazione. Poi azzardo lanciando le prime improvvisazioni. Non va poi così male come credo: i ragazzǝ sono spigliatǝ e divertentǝ. Improvvisano volentieri, inventano situazioni, assecondano l’estro. Ci divertiamo. Ogni lezione propongo anche sempre un esercizio di scrittura creativa, gli chiedo di fermarsi a pensare e a scrivere come si sentono, chi sono, come si immaginano da grandi, quali superpoteri vorrebbero possedere. Mi scrivono cose bellissime, che settimana dopo settimana leggo sempre con curiosità. Quelli che parlano meno, sono i più capaci nell’espressione scritta. Quelli più casinisti tirano fuori le idee più creative. Li scopro così, leggendo quelle dieci o quindici righe di ognuno di loro imparo a vedere ciò che li abita, al di là della prima impressione, più in fondo dell’immagine di sé con cui si presentano al mondo. Leggiamo anche a lezione. Sempre albi illustrati. Uno potrebbe pensare che a 12 anni ai ragazzinǝ non interessino più gli albi illustrati ma questo è vero (forse) solo se nell’infanzia qualcuno glieli ha letti. Azzardo che questǝ mie giovanissimǝ allievǝ non devono aver avuto molte occasioni di accedere alle storie a giudicare dagli sguardi incantati che le immagini dei miei albi catalizzano. Sono affascinati dalla narrazione ad alta voce, osservano i particolari delle illustrazioni, fanno ipotesi su che direzione prenderà la storia. Quando scrivono scrutano in sé stessi e mi schiudono l’anima, quando leggono nutrono la fantasia.

Inizialmente non avevo nessuna intenzione di concludere questo laboratorio con uno spettacolo: troppo poco tempo e classe troppo disomogenea, nessuna disciplina teatrale, nessuna attitudine consolidata a lavorare insieme. Lo avevo messo in chiaro che non avremmo chiuso con una messa in scena, va bene l’esperienza ma non mi infilo in una mission impossible.

Poi, settimana dopo settimana, scopro che mi piace lavorare con queste piccole persone e leggendo le loro tracce di scrittura mi vengono un sacco di idee. A dicembre inizio a scrivere. Mi dico che comunque se compongo una drammaturgia non devo per forza metterla in scena.

Le pagine del copione si scrivono praticamente da sole: i personaggi hanno i nomi di questǝ ragazzǝ e rappresentano l’esperienza di partecipare a un laboratorio teatrale, conoscere gli altri, conoscere sé stessi.

Il 31 dicembre il copione è finito e registrato. Lo rileggo, mi piace. Lo leggo alla collega, le piace. Chiarendo che è solo un’ipotesi di lavoro lo leggo ai ragazzi, gli piace. Grande entusiasmo generalizzato: si riconoscono nei personaggi, si gasano per le battute, per l’evoluzione che ho immaginato per ognuno di loro (e che corrisponde a realtà nel momento in cui loro ci credono!), sorridono. Leggendo il copione Giovanni vede rappresentata la sua timidezza, che diventa a un tratto rispettabile. Alice scopre la sua irruenza, e prova a lavorare nella calma. Sara, che si credeva buona a niente, realizza che la sua presenza conta. Anita, che si pensava una nullità, diventa all’improvviso protagonista. Mahmud inizia a pensare che il teatro è una cosa che può fare per lui.

Morale di tutta questa storia: a fine gennaio porteremo in scena questo lavoro: imperfetto, incompleto, quasi un abbozzo. Non a caso scelgo le parole di Riccardo III nel suo monologo Breaking bad, parole inclementi con le quali si descrive un essere che non si vuole bene, non si stima niente, ma ambisce a sentire con tutte le sue forze. Come Riccardo, questǝ ragazzǝ e io vogliamo vederli in scena questi personaggi, vederle rappresentate le loro paure, vederli affermare le proprie istanze, sentire fortissimo ogni emozione. Non so mica come andrà. Molto probabilmente sarà un disastro. Apposto 10 euro che metà del cast non saprà le battute a memoria, l’altra metà ne sbaglierà due terzi, qualcuno cadrà in scena, qualcuno si rifiuterà di entrarci, in molti salteranno più di un’imbeccata. Non avremo costumi, non ci saranno scenografie, luci e musiche, nessun effetto speciale a distogliere l’attenzione dal gigantesco flop della performance. Ma non mi tolgo dalla testa che certi lavori per uscire al mondo non devono essere perfetti. Certe storie per essere raccontate non devono avere per forza un lieto fine. Certi scritti per avere dignità non devono rispettare ad ogni costo l’ortografia. Certi spettacoli per essere presentati non devono girare alla perfezione.

L’ho scritto all’inizio, lo riscrivo in chiusura: sto per portare in scena uno spettacolo che per essere pronto avrebbe bisogno del triplo del tempo, risorse, assiduità, disciplina e pazienza. Ma lo porto in scena lo stesso, perché certe cose non si fanno per la perfezione del risultato quanto per celebrare il viaggio che ci ha portati fin qui. Fatemi un in bocca al lupo, ne avremo bisogno.

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