Teatro e personalità: come l’attore reagisce alla parte

Conduco un laboratorio teatrale da ormai quasi 15 anni. Gli allievi attori vanno e vengono, alcuni restano sempre perché il teatro gli è entrato nelle vene, altri lasciano, altri ancora a volte ritornano. Ne ho incontrata di gente!

Quello che non cambia mai è il pattern che si ripropone ogni volta che arriva il momento di leggere per la prima volta il nuovo copione, quell’insieme di fogli che diventerà lo spettacolo. Esistono una serie di reazioni possibili a questa novità.

C’è l’entusiasta: amerà qualsiasi cosa, che sia un testo in cui si riconosce o no, lei si getterà nella nuova sfida con una fiducia cieca nell’avvenire, nella buona riuscita del progetto e presumibilmente nella regista! Che meraviglia, l’entusiasta! Com’è facile e bello lavorare con lei!

Poi c’è l’abitudinario: siccome la nuova drammaturgia non è uguale a quella dell’anno scorso si sente spaesato, come se sta roba nuova lo stesse rapidamente trascinando fuori dalla sua zona di confort e va in tilt. Inizia a chiedere “Perché? Se lo spettacolo dell’anno precedente era stato così bello, perché adesso bisogna cambiare?” Fa una grande tenerezza come si avvinghia col pensiero a ciò che conosce prima di dare un calcio alle paure, abbandonarsi al nuovo e mettersi giù a lavorare con la consueta, metodica affidabilità.

C’è la contestatrice: lei ha da ridire su tutto. Qualunque testo le si presenti avrà da controbattere che si poteva fare diversamente, che non si adatta alla compagnia, che il pubblico non capirà, che bla bla bla. Che noia, la contestatrice! Il regista desidera da anni che abbandoni la compagnia, ma lei no! Non c’è modo di farla sloggiare! Così ce la teniamo, e andiamo avanti pazienti finché a un certo punto non smette di blaterare e si mette anche lei a studiare.

C’è il sicuro di sé: a lui va bene tutto, tanto sa già che farà la parte da protagonista. Il sicuro di sé è contento sempre e comunque perché la sua gioia sta nel sapere che sarà valorizzato al massimo, qualunque testo gli si proponga. È un po’ meno contenta la regista, perché quest’anno dovrà dirgli che il protagonista, per una questione di fisique du rol, lo fa un altro. Tragedia rientrata con l’assegnazione di una parte da antagonista bello e maledetto che non sarà la principale ma è comunque la più figa.

C’è poi una certa (piccola di solito, ma inamovibile) percentuale di persone che si sente inadeguata. Gli inadeguati e le inadeguate si nascondono dietro l’entusiasmo del gruppo, ma in realtà provano timore. Agli inadeguati la nuova drammaturgia piace pure, ma l’emozione che li domina dopo averla letta per la prima volta non è la gioia. Sentono sottopelle un mix di spavento, presentimento di catastrofe e fallimento, che considerano indicibile, socialmente inaccettabile.

Gli inadeguati sono la categoria di aspiranti attori che amo di più, perché hanno bisogno per sbocciare di una guida che li traghetti al di fuori del fiume dell’inadeguatezza. Loro vogliono, vogliono a tutti i costi fare bene: desiderano che lo spettacolo sia un successo, anelano che tutti riescano a recitare ottimamente la loro parte, che la regista sia soddisfatta e ripagata del grande lavoro fatto, che tutta la compagnia possa gioire del compiacimento del pubblico e così via. Solo che non hanno la forza di crederci. Gli serve una spintarella, un’iniezione di fiducia, qualcuno di attendibile che gli dica che andrà tutto bene, che ce la possono fare. Che grandi cuori gli inadeguati, e che prezioso regalo le loro emozioni! Sono le persone più dedite in realtà, ci credono come nessuno mai, a volte non separano la vita dal teatro per l’importanza che riveste ai loro occhi, solo che fanno fatica a darsi coraggio, a credersi capaci. Che meraviglia queste inadeguate, invece così profondamente adeguate, che sanno stare nella vita scenica con presenza e leggerezza anche se non lo sanno!

Quando faccio regia mi piace lavorare con la varietà: mi piace che i miei attori siano così diversi, così diversamente recettivi, e che ognuno abbia le sue chiavi di volta per essere preso. Mi piace fare questo lavoro di apertura dell’uno e dell’altro, schiudere questi scrigni di emozioni che sono le persone, per guidarle verso la messa in scena.

Risposte

  1. Avatar Claudia Bossetti

    Molto divertente e vero ! Mi riconosco in pieno, addirittura in svariati atteggiamenti a seconda dei gruppi teatrali / registi che ho frequentato. Condivido l’articolo

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    1. Avatar Alessandra Di Iorio

      Che bello, Claudia! Sono contenta che tu ti ci riveda, sono contenta che l’abbia voluto lasciare in un commento (il primo che ricevo qui sul blog 🤩) e sono super contenta della tua condivisione! Grazie ✨🤗

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