Le mani dell'autrice scrivono con la stilografica su un quaderno intonso: l'immagine descrive l'inizio del processo creativo della drammaturga che si mette a lavoro su un nuovo progetto,
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Cos’è Copioni Teatrali

Copioni Teatrali è il nome che ho dato al sogno di vedere rappresentate le mie drammaturgie nei teatri che non sono il mio, dalle compagnie che non sono la mia.


Scrivo nuove drammaturgie per il teatro attingendo a piene mani dalla società contemporanea per dare voce a quello che osservo, per portare sul palcoscenico la vita che mi circonda.
Leggo, guardo, rifletto. E tutto questo mi porta sempre a scrivere.
È tutta la vita che scrivo, ma la cosa che so scrivere meglio è senza dubbio il testo per la scena.


Il mio processo creativo negli anni è diventato fluido e flessibile, proprio come me.
Quando ero alle prime armi, nei miei vent’anni, scrivere era anche una croce perché ne sapevo ancora poco di come si porta un testo su una scena. Mi costava immaginare i personaggi, intrecciare i loro archi narrativi, scrivere un inizio ritmico, trovare una fine. Poi con la pratica è arrivata la padronanza.


Ho imparato che non ci si può sedere e scrivere 10 pagine, perché la scrittura si nutre di un tempo precedente che vive solo nella testa. Quando si legge un libro, si guarda una serie, si ascolta un podcast, si apprende una notizia, si partecipa a un collettivo, ci si rapporta con la gente, le situazioni, il mondo. Ciò che suscita il mio interesse profondo, fa sbocciare l’idea. Allora approfondisco, cerco di più, chiedo in giro, leggo ancora, scopro come hanno interpretato quel tema che mi accende gli artisti che lo hanno affrontato prima di me. Non è copiare: è studiare, alimentare ispirazione, conoscere di più e meglio, guardare da altri punti di vista, nutrire l’immaginazione, immaginare voci e strade alternative. Questa è la parte più stimolante: coltivare l’idea.


Poi si accende una fase successiva, quella della pianificazione.
Questo è il tempo che richiede maggiore disciplina perché si richiede all’immaginario di trovare struttura, alle idee di stabilizzarsi in una forma. Inizio a progettare il piano dell’opera, lo divido per scene, cerco un ritmo che alimenti il crescendo, compilo una accurata scheda dei personaggi, li scrivo uno per uno e ne immagino gli intrecci, le evoluzioni che avranno nel corso del copione.
È un lavoro di grande applicazione e focus, lo faccio sempre usando la carta e la matita, mai al pc.


Uno spettacolo, per come me lo immagino io, è un meccanismo a orologeria, deve essere ritmico, profondo nei significati e leggero nella sua scorrevolezza, deve far ridere o almeno sorridere, ma anche emozionare, stimolare il pensiero. Voglio che il pubblico vada a casa e ripensi, prima di prendere sonno, a ciò che ha visto a teatro. Voglio che il giorno dopo ne parli col collega a lavoro, che lo racconti ai figli, che lo ricordi perché si riconosce nel mio testo, o vi riconosce la realtà che lo circonda. Alla fine, se ho lavorato bene, avrò davanti un mosaico di fogli con lo storyboard piuttosto preciso di ciò che succede in ogni scena, dall’inizio alla fine.
A questo punto e solo adesso, inizio a scrivere al computer.


Compongo di solito una scena al giorno, immergendomi nella scrittura con ogni fibra. Ripesco tutti gli appunti che ho preso a matita a margine del testo in cui descrivevo la scena, li decifro, li sviluppo, li interconnetto con la trama, con i profili psicologici dei personaggi che sto creando, che stanno crescendo nelle scene, di cui si inizia a intravedere la storia passata e i desideri futuri. Tutti i miei personaggi sono persone che desiderano. Sono anime che tendono a qualcosa o a qualcuno. Sono rotondi, hanno radici e sogni, si incontrano e si scontrano in scena. Tesso questa tela di intrecci che si dipana una scena alla volta fino a raggiungere il finale. Nel tempo delle mie prime armi, trovare il finale era la sfida più grande. Adesso che so chi sono e cosa voglio scrivere, il finale si scrive da solo come la naturale chiusura di un puzzle. Lo conosco già prima di iniziare, è là che tende tutto il processo, e io lo vedo chiarissimo fin dall’inizio.


Quando chiudo una drammaturgia la chiudo per davvero, per un periodo che va da tre a sei mesi. Come il vino e molte delle cose buone, deve decantare fuori di me. I temi che l’hanno occupata ed espansa, che l’hanno fatta viva, devono fermentare, trasformarsi in calore.


Quando riapro il file, se ho scritto bene non vivrò la spiacevole sensazione della nausea che si prova quando qualcosa che stava dentro prova malamente a venire fuori. È la prova del nove. Se quello che trovo mi convince, se mi sembra ancora valido, tocca le mie corde emotive, e in qualche parte addirittura mi rende fiera, vuol dire che posso procedere con la revisione finale.


In pochissime parole, il lavoro che faccio adesso è assicurarmi che il copione mostri la realtà in scena senza giudicarla. Che il testo suggerisca situazioni e personaggi senza forzarne l’interpretazione. Che la drammaturgia abbia l’intenzionalità di un’indagine sulla contemporaneità senza la retorica del buonismo o di chi pensa di avere la risposta a tutto.


Copioni Teatrali è il brand che dà un nome a tutto questo, il sito di drammaturgie che ho creato per portare la mia creatività nel mondo, darle spazio, farla crescere nei teatri di tutti.
Se hai una compagnia teatrale e cerchi un copione che parli della contemporaneità con toni comici e satirici, sfoglia la mia libreria. Troverai una selezione delle drammaturgie che ho composto in un ventennio di lavoro, con l’esperienza di chi vive il teatro dall’interno e il cuore di chi nutre il suo sguardo sul mondo attraverso la scrittura.


Ti aspetto.

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