7 vite


🎭 Genere Teatrale
Monologo in atto unico per sola attrice

Durata
60 minuti circa

📖 Sinossi Breve
“7 Vite” è la favola nera di questa donna senza nome che rappresenta tutte le donne alle prese con la maternità o con la sua negazione. L’attrice racconta le vicende al limite del surreale eppure assolutamente realistiche che ha vissuto nel corso della sua vita riproduttiva, mentre cercava di evitare gravidanze indesiderate oppure quando invece desiderava restare incinta. È una vita che non è più una ma diventano 7, come quelle dei gatti, perché ogni volta che rimane incinta deve fare i conti con il momento giusto, le contingenze, lo stigma sociale e il proprio autogiudizio, che la uccide più della spada. Il monologo tocca il tema del lutto perinatale, dell’accesso all’aborto, dello stigma sociale che ne consegue, delle ricadute sulla psiche e altre questioni legate alla fertilità, attraverso l’ironia dissacrante di una donna che cresce davanti al nostro occhio di spettatori: in un delicato e coraggioso cammino di affermazione di sé, la protagonista diventa consapevole di non godere degli stessi privilegi di chi può sentenziare sulla sua riproduttività pure se il corpo non è il suo, e trova il modo di assolversi.


7 vite

Autore: Alessandra Di Iorio
Iscrizione SIAE numero: 548514-0
Codice opera SIAE: 967629
Genere: Monologo per attrice
Durata: 60 minuti circa

📖 Sinossi Lunga

Lo spettacolo si apre con una donna che dipinge su musica, in un ambiente neutro che ospiterà tutte le sue vite. L’attrice racconterà le epoche della sua esistenza scandendole in base alle gravidanze che le è capitato di vivere, alcune non volute, altre disperatamente cercate. Il monologo si articola intorno alla vita riproduttiva di questa donna senza nome, che rappresenta tutte le donne insieme, nella fatica costante di avere controllo sulla maternità e nell’acquisizione di consapevolezza di sé.

Durante la prima vita, la donna scopre il sesso e si trova a fare i conti con la realtà di una gravidanza indesiderata in età giovanile. Ironizza sul desiderio di avere rapporti spensierati proprio come un uomo, ma non c’è astio di genere nelle sue parole, piuttosto bisogno di solidarietà e autoassoluzione. Parla di accesso all’aborto e dello stigma fortissimo che ancora condanna a silenzio e vergogna le donne che vi fanno ricorso.

Nella seconda vita, la protagonista è in una relazione stabile e si sente finalmente pronta per diventare madre. La gravidanza però si perde in maniera spontanea e lei ricomincia a fare i conti con i suoi demoni, convinta di meritare ciò che le capita.

Nella terza vita la donna riesce finalmente ad avere il suo bambino-arcobaleno, Luca, e dopo non molto sceglie insieme al compagno di provare a dargli un fratellino. Dopo numerosi tentativi resta incinta di Giorgio, ma questo bambino non nascerà mai perché gli viene diagnosticata un’infezione che ne metterebbe in pericolo lo sviluppo. Si ripresenta lo spauracchio dell’interruzione di gravidanza e di nuovo una valanga di autogiudizio la fa a pezzi.

La quarta vita riparte dai cocci della precedente: lentamente la donna riemerge dalla marea depressiva dei suoi vissuti agganciandosi al fatto di essere madre di un’altra creatura. Da questa salvezza fiorisce una nuova, inaspettata gravidanza. Anche il quinto bambino si perde spontaneamente ma lascia la madre senza farle male, con un addio straziante che la pacifica.

Nonostante nella sua quinta vita la donna non cerchi altri figli, la sorprende un’ultima gravidanza a cui però si rifiuta di credere. Vive a capofitto come se non fosse incinta, illudendosi che non vedere il suo ventre che cresce la proteggerà dal dolore. Questa vita si chiude con il cesareo d’urgenza in cui viene alla luce Bianca, la piccola tigre che riesce a sopravvivere a una grave ipossia perinatale.

La sesta vita è il lungo percorso di follow up della bambina nella giungla di terapie che deve affrontare: quando Bianca viene dimessa, a uccidere metaforicamente la protagonista è il sollievo.

La settima e ultima vita è il grido di libertà della protagonista che finalmente sa chi è e non deve più lottare per assolversi. L’intero monologo è un riconoscimento al valore femminile, un valzer danzato in quello spazio di tempo tra l’inizio della vita e la sua fine, una catarsi estremamente liberatoria.

📌 Note Al Personaggio

Questa donna senza nome incarna ogni donna che ha dovuto fare i conti col volere o non volere essere madre, in ogni luogo e ogni tempo. Il centro tematico non è tanto l’aborto, l’infertilità, il lutto perinatale o la salute mentale quanto il carico psicologico che le donne portano su di sé come conseguenza del generare. La condizione generativa femminile è da sempre sottoposta al giudizio della società: questo testo grida la volontà di autodeterminazione della protagonista, che sceglie di arrampicarsi oltre le sofferenza fisiche, la condanna collettiva e il proprio autogiudizio, per arrivare a scegliere per sé senza sentirsi sbagliata.

È perciò un essere umano in evoluzione che all’inizio è una ragazza con poca esperienza della vita, poi diventa madre e non madre insieme, ma nel percorso impara a leccarsi le ferite, a risorgere per rivendicare l’esistenza che desidera. L’ultimo difficilissimo parto è il coronamento di un cammino di maturazione: la nascita di una bambina forte e resiliente che passa attraverso mille difficoltà per venire al mondo la pacifica col femminile e con le sue possibilità.

🎬 Note Di Regia

Lo spettacolo è un atto unico completamente monologico ma ciò non toglie che la regia può scegliere di metterlo in scena a due o più voci, come a moltiplicare l’effetto di identificazione della protagonista con tutte le donne. Anche l’allestimento può variare a seconda dell’idea registica: il monologo può essere ambientato in una scenografia realistica (casa, ospedale, altri ambienti…) oppure minimalista, che evochi gli spazi scenici in maniera simbolica. Le 7 vite della protagonista possono essere scandite da una colonna sonora di musiche che segnano i momenti di passaggio nell’alternarsi delle gravidanze. In alcuni punti del monologo si lascia intendere che compaiano in scena personaggi altri: il futuro marito della protagonista, il personale medico sanitario, l’ostetrica, ecc. La regia può optare per delle comparse mute oppure evocare questi personaggi solo attraverso la recitazione della protagonista, un gioco di luci o effetti altri.

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